Rivista di Ornitologia, Ornitocoltura, Ornitofilia e fotografia Naturalistica
 

La posta dei lettori ALCEDO N. 8/2003

 SULLA PREPARAZIONE DELLA “POLENTINA”
A proposito della richiesta di chiarimenti di un lettore nella posta di ALCEDO, (G.C. email) su di una certa “polentina” menzionata dall’amico Dr Scurati nel suo articolo, mi permetto di intervenire, perché richiestomi dallo stesso Scurati, avendogli io trasmesso, tempo fa, la relativa tecnica di preparazione. Non mi vanto assolutamente di averla inventata, perché anche a me fu insegnata verbalmente quasi 30 anni fa. Premettiamo due cose: una, che stiamo parlando di un alimento sperimentato solo per i canarini, due che non va assolutamente chiamata “polentina”, perché il granturco o mais è presente in minima parte o per niente nel mio “semolino” ed anche per non creare equivoci in allevatori che, dal nome e non sapendo la composizione, hanno provato a somministrare la vera polenta con scarsissimi risultati, come è già successo. Diciamo che negli anni ho cambiato la composizione, aggiungendo o togliendo ingredienti vari, cercando di migliorarlo. Diciamo anche che lo considero importante nella alimentazione dei miei novelli, ma che consiglio a tutti gli allevatori di provarlo su un ristretto numero di coppie per poterne dare una propria valutazione (prima di “lasciare la via vecchia....”). Personalmente ho notato che, al pari del niger germinato, è uno degli alimenti più appetibili, anche per soggetti non di proprio allevamento. Arriviamo ora alla praparazione. In una pentola o paiolo, con antiaderente, verso il 75% di semola (farina di semola non troppo fine) + il 25% di latte in polvere per vitelli e mescolo. Si può altrimenti versare in acqua già bollente, ma mescolarlo a secco mi sembra più comodo e meno facilmente si formano i grumi. Verso poi lentamente acqua fredda mescolando il tutto e metto a bollire; all’inizio a fuoco alto, poi quando il composto si rapprende e raggiunge la massima consistenza, abbasso il fuoco; vi raccomando di mescolare spesso. Il fuoco varia a seconda della sua potenza e larghezza, delle dimensioni della pentola e di quanto frequentemente si mescola. 25 minuti di cottura minimi tassativi da quando si abbassa il fuoco (ho provato, per premura, solo 15 min. e non l’hanno mangiato). 5’ prima della fine cottura si aggiungono le uova intere, con o senza guscio a discrezione. Si lascia poi raffreddare, cosicché si compatti bene e si taglia in parti proporzionali ai propri bisogni, si impacchetta con la pellicola trasparente e si surgela. La sera prima della somministrazione si toglie dal congelatore per poterlo somministrare almeno a temperatura ambiente ai nostri canarini. Si taglia a dadini, la cui misura varia se si somministra fresco due volte al dì oppure solo una volta. E’ importante che sia surgelato, meglio che tenuto in frigo, perché così conservato è meno colloso e viene meglio aggredito dal becco dei nostri canarini, che possono rigurgitarlo quasi tal quale nelle bocche spalancate dei propri piccoli (cosa che non possono fare per la maggior parte di altri alimenti che devono invece tenere nel gozzo per un po’). La surgelazione ha anche il vantaggio di conservare per mesi, quindi si può fare il “semolino” nei momenti in cui si ha del tempo libero, per poi con calma usarlo durante le cove. Ritorniamo ora alle dosi ed alle varianti proposte. La domanda più ovvia è quanto liquido si mette e quanti cucchiai di semolino e latte in polvere. Dire circa 12 - 13 cucchiai (complessivamente) per ogni litro di acqua è troppo facile ed impreciso, perché dipende dai cucchiai da minestra impiegati. La cosa più importante è che se, soprattutto le prime volte, si sbagliano le dosi, si può variare la consistenza nei primi minuti di cottura aggiungendo semola per indurire od acqua per ammorbidire. Tutto ciò tenendo conto che la consistenza deve essere tale da non far fatica a mescolare durante la cottura. Quanto se ne deve preparare per un tot numero di coppie? Non ha importanza, anche abbondando, si toglie poi dal freezer solo quello che serve nella giornata. Quante uova? Questo è poco importante, perché l’uovo ha poche controindicazioni e rende appetibile tutto. Indicativamente diciamo 3/5 uova per ogni litro di liquido. Varianti sul tema: si può mettere qualche cucchiaio di mais oppure un po’ di zucchero o miele, od un po’ di sale, o del niger o si possono aggiungere dei biscotti sbriciolati a fine cottura, o vitamine o sali minerali. Altra cosa, fino a qualche tempo fa il liquido che usavo era composto di metà acqua e metà latte fresco intero, ma visto che alcuni autorevoli autori ci hanno insegnato che il lattosio del latte non è digerito dai volatili, ho tolto quello fresco lasciando quello in polvere per alzare il tenore proteico.
Spero di essere stato chiaro ed esauriente, ed auguro tanti novelli a tutti.
Dr. Flavio Putto, e-mail


 ESCRESCENZE CARNOSE SULLA ZAMPA E STRANO DONDOLIO DELLA TESTA
Gentile Dott. Teruzzi, ho letto con molto interesse le sue risposte alla Posta dei Lettori di Alcedo. Mi permetto di sottoporle due quesiti piuttosto urgenti e le sarei molto grato se potrà rispondermi a stretto giro via e-mail. Primo quesito.Un maschio bruno di canarino del 2002 che intendo utilizzare come riproduttore ha una escrescenza callosa di colore giallo pallido in crescita sul pollice della zampa destra che credo sia dolorosa in quanto l'arto è spesso tenuto alzato ed appoggiato con difficoltà. Come lo posso curare? Secondo quesito. Un riproduttore di canarino Isabella del 2001 presenta dei sintomi strani. Nel passare da un posatoio all'altro spesso dondola la testa da sinistra a destra senza presentare alcun problema di apatia o prostrazione. Cosa può essere e come lo posso curare? In attesa di una Sua graditissima risposta, le invio i migliori saluti.
R. G. e-mail

Risponde il dr. Fabio Teruzzi
Come premessa di ordine generale, è molto importante che l’allevatore fornisca al veterinario il maggior numero di dati possibile per poter arrivare a formulare una diagnosi corretta, e quindi una corretta terapia, soprattutto nel caso in cui il veterinario non può vedere di persona i soggetti affetti dal disturbo e l’allevamento.
Per arrivare a formulare una diagnosi il più coerente possibile, il veterinario necessita che l’allevatore fornisca una serie di dati (ANAMNESI) individuali ed ambientali. In questa sede possiamo solo citare i più importanti. INDIVIDUALI: tipo di lesione/sintomo, in quanto tempo si è sviluppato, problemi pregressi, origine del soggetto ecc. AMBIENTALI: tipo di allevamento, soggetti allevati e loro stato di salute, pregressi problemi sanitari, alimentazione, luce, temperatura, tipo di gabbie ecc.
Entrando ad analizzare i casi specifici, per entrambi, basandomi sugli scarsi dati forniti non si può formulare nessun tipo di diagnosi seria. Per entrambi i soggetti si può trattare di problemi legati a cause infettive (e qui è importante sapere lo stato di salute degli altri soggetti allevati) o non infettive di tipo traumatico, chimico/tossico, nutrizionale, ambientale.
L’importanza di sapere da quanto tempo è presente la lesione o il sintomo vale soprattutto per il soggetto che presenta il movimento anomalo della testa: se ha sempre avuto questo problema probabilmente si tratta di un vizio individuale o di un problema congenito, se il fenomeno è recente la causa può essere di tipo alimentare (carenza vitamine gruppo B, vit E, selenio), tossica, traumatica, metabolica, infettiva.
E’ chiaro che risulta improponibile formulare una terapia seria in mancanza di dati a supporto di qualsiasi ipotesi diagnostica.


 SUL VERDONE DELL'HIMALAYA
Spettabile Redazione, leggo sempre tutti gli articoli di Alcedo, ma è con grande piacere che ho letto quello inerente il Verdone dell’Himalaya, splendido uccello almeno per me che lo allevo da molto tempo e dal quale ho avuto molte soddisfazioni. Un tempo, comune alle mostre con soggetti finiti già al loro primo anno di vita, quando la commissione tecnica impose l’obbligo dell’anello di tipo “A”, gli ingabbi sono drasticamente diminuiti, il calo delle importazioni ed il loro periodo di nidificazione ha fatto il resto. La nuova categoria per i Verdoni esotici ed addirittura una categoria specifica ai Campionati italiani, spero producano nuovo interesse per questo magnifico uccello. Ed è appunto a margine dell’articolo del sig. Castellanza, e per le mie personali esperienze, che vorrei aggiungere qualcosa. Il Verdone dell’Himalaya non è certamente meno prolifico degli altri Verdoni, alleva benissimo in purezza, e qualche volta può essere usato anche come balia, i piccoli poi presentano sempre il gozzo ben pieno. Quest’anno inoltre per la prima volta, ho visto in una coppia il maschio coprire i piccoli quando la femmina lasciava temporaneamente il nido. Il periodo di nidificazione va da settembre a fine maggio, mentre lo svezzamento della prole viene completato dal maschio, dato che la femmina inizia una nuova deposizione quando i piccoli non sono ancora indipendenti. Io che allevo in voliere esterne, faccio fare loro due covate in autunno, dopo di che disfo le coppie per ricostituirle a fine febbraio. Quest’anno (2002) tanto per rendere l’idea, ho avuto le ultime due cove al 16-9 ed al 22-10, con tre piccoli svezzati per ogni covata, una terza a novembre non ha avuto esito positivo, dato che la femmina palesava delle difficoltà di deposizione, per questo ho preferito sciogliere la coppia. Nessun farmaco do ai novelli contro quella patologia che io chiamo la “sindrome del Verdone”, dato che la mortalità per questa patologia è pressoché nulla. Per lo svezzamento, oltre al normale misto, fornisco semi germinati, erbe prative (quando le trovo), tarme della farina, che mangiano tagliuzzandole alla maniera dei ciuffolotti, ed a parte girasole canapa e perilla. Per i semi germinati, uso il sistema più semplice che ci sia: dopo aver messo i semi in un sacchetto (quello del riso da 5kg va benissimo) con la parte vuota rimanente ne faccio un nodo e lo metto a bagno per 24 ore, dopo di che lo tolgo e senza aprirlo lo sciacqua sotto il rubinetto e lo appendo per altre 24 ore. Verso i semi in un sottovaso senza lavarli e li metto in voliera. Il giorno dopo, nel mettere i nuovo semi butto la rimanenza dei vecchi. Non metto nulla nell’acqua, e non ho mai avuto problemi di sorta. L’unico accorgimento è, in estate, mettere i semi a bagno in un luogo fresco e cambiare l’acqua almeno una volta nell’arco delle 24 ore. Le mutazioni nel Verdone dell’Himalaya, a mio modesto avviso, forse anche per la scarsità dei soggetti negli anni passati, non sono ancora ben fissate e di soggetti col fatidico 3% di sangue del Verdone europeo, credo ancora non ce ne siano. Personalmente ho iniziato nel ’96 con una Verdona Bruno, partendo perciò dalla strada più lunga. Devo ammettere che ho incontrato parecchie difficoltà, tant’è che alternativamente ho rinunciato al progetto per poi riprendere. Per esempio ho incontrato scarsa fecondità negli F1, e la stessa difficoltà l’ha avuto un mio amico con la mutazione Agata, tanto che alla fine ha rinunciato al progetto. Per fare un esempio degli imprevisti che si incontrano cimentandosi in questo campo, una femmina F1 mutata, al primo anno ha deposto solo uova chiare, dopo di che per altri tre anni non solo non ha più deposto, ma non ha neppure tentato la costruzione di un nido. Quest’anno, messa in voliera comune con una coppia di Himalaya, sicuro che non avrebbe fatto nulla, ha costruito il nido e svezzato due piccoli. Concludo aggiungendo che gli Himalaya sono molto longevi. Personalmente li ho riprodotti senza difficoltà fino al settimo anno di vita, e non sono andato oltre solo per il fatto di avere a disposizione soggetti più giovani. Termino tralasciando i complimenti ad ALCEDO, dato che li fanno già tutti. Dico solo che la stessa soddisfazione che provo nell’allevare qualche bella nidiata, la provo nel leggere Alcedo, e credetemi non è poco.
Della Vecchia Eraldo, Paruzzaro (NO), lettera


 IN BREVE
Franco M., da Palermo, ci scrive una lunga email, nella quale dettaglia doviziosamente i vari integratori e medicinali utilizzati, a suo dire, per “vaccinare i soggetti”. Chiede rapide informazioni per un “vaccino” sicuro atto ad evitare la mortalità dei nidiacei.

Onestamente, abbiamo l’impressione che il nostro amico lettore confonda un pò termini quali “vaccino”, “medicina”, “prevenzione”. Se per vaccino intendiamo una particolare sostanza (in genere una sospensione di microorganismi uccisi o attenuati) in grado di indurre immunità, va da se che il sig. Franco ai suoi uccelli non sta somministrando nessun vaccino. Premesso questo, aggiungiamo che farmaci ed integratori non sono affatto vaccini, ma medicine vere e proprie, che al limite invece di potenziare il sistema immunologico dei canarini, lo debilitano, poiché vengono fornite in assenza di malattia, dunque tendono ad azzerare una popolazione microbica potenzialmente "buona". Se può andar bene la somministrazione di vitamine, durante la preparazione dei riproduttori ed alla nascita e durante la crescita dei novelli, suggeriamo invece di evitare assolutamente qualsivoglia medicina alla nascita dei piccoli, in quanto potenzialmente inutili, inoltre col serio rischio di causare una farmaco dipendenza e, dunque, la possibilità che al momento del bisogno tali farmaci risultino inefficaci. In caso di problemi con la colibacillosi, e dopo accurate analisi e verifiche da parte di un veterinario specialista o dell’Istituto zooprofilattico della sua Provincia, consigliamo l’uso del Ciproxin secondo le modalità descritte nei dettagli da Alcedo nel numero 2 Marzo 2002.

Il sig. Pasquale N. possiede diversi Cardellini, e chiede:
quali le differenze di canto tra il siberiano ed il nostrano e come riconoscere un vero Carduelis c. major?
Il siberiano, in ragione della sua grossa taglia, ha una cassa toracica molto ampia, ed un canto cupo e gracchiante, comunque molto meno melodico del cardellino nostrano. Il riconoscimento di un “vero” siberiano avviene attraverso la valutazione fenotipica: soltanto i soggetti di taglia adeguata (superiore ai 15cm) con gote, ventre e codione bianchi, becco largo alla base, petto ampio e collo tozzo possono essere catalogati come veri siberiani. I soggetti intermedi sono comunque molto diffusi ed a volte la distinzione tra un “tipico” ed un meticcio può risultare ardua.

 

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