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SULLA
PREPARAZIONE DELLA “POLENTINA”
A proposito della richiesta di chiarimenti di un
lettore nella posta di ALCEDO, (G.C. email) su di una
certa “polentina” menzionata dall’amico Dr Scurati nel
suo articolo, mi permetto di intervenire, perché
richiestomi dallo stesso Scurati, avendogli io
trasmesso, tempo fa, la relativa tecnica di
preparazione. Non mi vanto assolutamente di averla
inventata, perché anche a me fu insegnata verbalmente
quasi 30 anni fa. Premettiamo due cose: una, che
stiamo parlando di un alimento sperimentato solo per i
canarini, due che non va assolutamente chiamata “polentina”,
perché il granturco o mais è presente in minima parte
o per niente nel mio “semolino” ed anche per non
creare equivoci in allevatori che, dal nome e non
sapendo la composizione, hanno provato a somministrare
la vera polenta con scarsissimi risultati, come è già
successo. Diciamo che negli anni ho cambiato la
composizione, aggiungendo o togliendo ingredienti
vari, cercando di migliorarlo. Diciamo anche che lo
considero importante nella alimentazione dei miei
novelli, ma che consiglio a tutti gli allevatori di
provarlo su un ristretto numero di coppie per poterne
dare una propria valutazione (prima di “lasciare la
via vecchia....”). Personalmente ho notato che, al
pari del niger germinato, è uno degli alimenti più
appetibili, anche per soggetti non di proprio
allevamento. Arriviamo ora alla praparazione. In una
pentola o paiolo, con antiaderente, verso il 75% di
semola (farina di semola non troppo fine) + il 25% di
latte in polvere per vitelli e mescolo. Si può
altrimenti versare in acqua già bollente, ma
mescolarlo a secco mi sembra più comodo e meno
facilmente si formano i grumi. Verso poi lentamente
acqua fredda mescolando il tutto e metto a bollire;
all’inizio a fuoco alto, poi quando il composto si
rapprende e raggiunge la massima consistenza, abbasso
il fuoco; vi raccomando di mescolare spesso. Il fuoco
varia a seconda della sua potenza e larghezza, delle
dimensioni della pentola e di quanto frequentemente si
mescola. 25 minuti di cottura minimi tassativi da
quando si abbassa il fuoco (ho provato, per premura,
solo 15 min. e non l’hanno mangiato). 5’ prima della
fine cottura si aggiungono le uova intere, con o senza
guscio a discrezione. Si lascia poi raffreddare,
cosicché si compatti bene e si taglia in parti
proporzionali ai propri bisogni, si impacchetta con la
pellicola trasparente e si surgela. La sera prima
della somministrazione si toglie dal congelatore per
poterlo somministrare almeno a temperatura ambiente ai
nostri canarini. Si taglia a dadini, la cui misura
varia se si somministra fresco due volte al dì oppure
solo una volta. E’ importante che sia surgelato,
meglio che tenuto in frigo, perché così conservato è
meno colloso e viene meglio aggredito dal becco dei
nostri canarini, che possono rigurgitarlo quasi tal
quale nelle bocche spalancate dei propri piccoli (cosa
che non possono fare per la maggior parte di altri
alimenti che devono invece tenere nel gozzo per un
po’). La surgelazione ha anche il vantaggio di
conservare per mesi, quindi si può fare il “semolino”
nei momenti in cui si ha del tempo libero, per poi con
calma usarlo durante le cove. Ritorniamo ora alle dosi
ed alle varianti proposte. La domanda più ovvia è
quanto liquido si mette e quanti cucchiai di semolino
e latte in polvere. Dire circa 12 - 13 cucchiai
(complessivamente) per ogni litro di acqua è troppo
facile ed impreciso, perché dipende dai cucchiai da
minestra impiegati. La cosa più importante è che se,
soprattutto le prime volte, si sbagliano le dosi, si
può variare la consistenza nei primi minuti di cottura
aggiungendo semola per indurire od acqua per
ammorbidire. Tutto ciò tenendo conto che la
consistenza deve essere tale da non far fatica a
mescolare durante la cottura. Quanto se ne deve
preparare per un tot numero di coppie? Non ha
importanza, anche abbondando, si toglie poi dal
freezer solo quello che serve nella giornata. Quante
uova? Questo è poco importante, perché l’uovo ha poche
controindicazioni e rende appetibile tutto.
Indicativamente diciamo 3/5 uova per ogni litro di
liquido. Varianti sul tema: si può mettere qualche
cucchiaio di mais oppure un po’ di zucchero o miele,
od un po’ di sale, o del niger o si possono aggiungere
dei biscotti sbriciolati a fine cottura, o vitamine o
sali minerali. Altra cosa, fino a qualche tempo fa il
liquido che usavo era composto di metà acqua e metà
latte fresco intero, ma visto che alcuni autorevoli
autori ci hanno insegnato che il lattosio del latte
non è digerito dai volatili, ho tolto quello fresco
lasciando quello in polvere per alzare il tenore
proteico.
Spero di essere stato chiaro ed esauriente, ed auguro
tanti novelli a tutti.
Dr. Flavio Putto, e-mail
ESCRESCENZE
CARNOSE SULLA ZAMPA E STRANO DONDOLIO DELLA TESTA
Gentile Dott. Teruzzi, ho letto con molto interesse le
sue risposte alla Posta dei Lettori di Alcedo. Mi
permetto di sottoporle due quesiti piuttosto urgenti e
le sarei molto grato se potrà rispondermi a stretto
giro via e-mail. Primo quesito.Un maschio bruno di
canarino del 2002 che intendo utilizzare come
riproduttore ha una escrescenza callosa di colore
giallo pallido in crescita sul pollice della zampa
destra che credo sia dolorosa in quanto l'arto è
spesso tenuto alzato ed appoggiato con difficoltà.
Come lo posso curare? Secondo quesito. Un riproduttore
di canarino Isabella del 2001 presenta dei sintomi
strani. Nel passare da un posatoio all'altro spesso
dondola la testa da sinistra a destra senza presentare
alcun problema di apatia o prostrazione. Cosa può
essere e come lo posso curare? In attesa di una Sua
graditissima risposta, le invio i migliori saluti.
R. G. e-mail
Risponde
il dr. Fabio Teruzzi
Come premessa di ordine generale, è molto importante
che l’allevatore fornisca al veterinario il maggior
numero di dati possibile per poter arrivare a
formulare una diagnosi corretta, e quindi una corretta
terapia, soprattutto nel caso in cui il veterinario
non può vedere di persona i soggetti affetti dal
disturbo e l’allevamento.
Per arrivare a formulare una diagnosi il più coerente
possibile, il veterinario necessita che l’allevatore
fornisca una serie di dati (ANAMNESI) individuali ed
ambientali. In questa sede possiamo solo citare i più
importanti. INDIVIDUALI: tipo di lesione/sintomo, in
quanto tempo si è sviluppato, problemi pregressi,
origine del soggetto ecc. AMBIENTALI: tipo di
allevamento, soggetti allevati e loro stato di salute,
pregressi problemi sanitari, alimentazione, luce,
temperatura, tipo di gabbie ecc.
Entrando ad analizzare i casi specifici, per entrambi,
basandomi sugli scarsi dati forniti non si può
formulare nessun tipo di diagnosi seria. Per entrambi
i soggetti si può trattare di problemi legati a cause
infettive (e qui è importante sapere lo stato di
salute degli altri soggetti allevati) o non infettive
di tipo traumatico, chimico/tossico, nutrizionale,
ambientale.
L’importanza di sapere da quanto tempo è presente la
lesione o il sintomo vale soprattutto per il soggetto
che presenta il movimento anomalo della testa: se ha
sempre avuto questo problema probabilmente si tratta
di un vizio individuale o di un problema congenito, se
il fenomeno è recente la causa può essere di tipo
alimentare (carenza vitamine gruppo B, vit E,
selenio), tossica, traumatica, metabolica, infettiva.
E’ chiaro che risulta improponibile formulare una
terapia seria in mancanza di dati a supporto di
qualsiasi ipotesi diagnostica.
SUL
VERDONE DELL'HIMALAYA
Spettabile Redazione, leggo sempre tutti gli articoli
di Alcedo, ma è con grande piacere che ho letto quello
inerente il Verdone dell’Himalaya, splendido uccello
almeno per me che lo allevo da molto tempo e dal quale
ho avuto molte soddisfazioni. Un tempo, comune alle
mostre con soggetti finiti già al loro primo anno di
vita, quando la commissione tecnica impose l’obbligo
dell’anello di tipo “A”, gli ingabbi sono
drasticamente diminuiti, il calo delle importazioni ed
il loro periodo di nidificazione ha fatto il resto. La
nuova categoria per i Verdoni esotici ed addirittura
una categoria specifica ai Campionati italiani, spero
producano nuovo interesse per questo magnifico
uccello. Ed è appunto a margine dell’articolo del sig.
Castellanza, e per le mie personali esperienze, che
vorrei aggiungere qualcosa. Il Verdone dell’Himalaya
non è certamente meno prolifico degli altri Verdoni,
alleva benissimo in purezza, e qualche volta può
essere usato anche come balia, i piccoli poi
presentano sempre il gozzo ben pieno. Quest’anno
inoltre per la prima volta, ho visto in una coppia il
maschio coprire i piccoli quando la femmina lasciava
temporaneamente il nido. Il periodo di nidificazione
va da settembre a fine maggio, mentre lo svezzamento
della prole viene completato dal maschio, dato che la
femmina inizia una nuova deposizione quando i piccoli
non sono ancora indipendenti. Io che allevo in voliere
esterne, faccio fare loro due covate in autunno, dopo
di che disfo le coppie per ricostituirle a fine
febbraio. Quest’anno (2002) tanto per rendere l’idea,
ho avuto le ultime due cove al 16-9 ed al 22-10, con
tre piccoli svezzati per ogni covata, una terza a
novembre non ha avuto esito positivo, dato che la
femmina palesava delle difficoltà di deposizione, per
questo ho preferito sciogliere la coppia. Nessun
farmaco do ai novelli contro quella patologia che io
chiamo la “sindrome del Verdone”, dato che la
mortalità per questa patologia è pressoché nulla. Per
lo svezzamento, oltre al normale misto, fornisco semi
germinati, erbe prative (quando le trovo), tarme della
farina, che mangiano tagliuzzandole alla maniera dei
ciuffolotti, ed a parte girasole canapa e perilla. Per
i semi germinati, uso il sistema più semplice che ci
sia: dopo aver messo i semi in un sacchetto (quello
del riso da 5kg va benissimo) con la parte vuota
rimanente ne faccio un nodo e lo metto a bagno per 24
ore, dopo di che lo tolgo e senza aprirlo lo sciacqua
sotto il rubinetto e lo appendo per altre 24 ore.
Verso i semi in un sottovaso senza lavarli e li metto
in voliera. Il giorno dopo, nel mettere i nuovo semi
butto la rimanenza dei vecchi. Non metto nulla
nell’acqua, e non ho mai avuto problemi di sorta.
L’unico accorgimento è, in estate, mettere i semi a
bagno in un luogo fresco e cambiare l’acqua almeno una
volta nell’arco delle 24 ore. Le mutazioni nel Verdone
dell’Himalaya, a mio modesto avviso, forse anche per
la scarsità dei soggetti negli anni passati, non sono
ancora ben fissate e di soggetti col fatidico 3% di
sangue del Verdone europeo, credo ancora non ce ne
siano. Personalmente ho iniziato nel ’96 con una
Verdona Bruno, partendo perciò dalla strada più lunga.
Devo ammettere che ho incontrato parecchie difficoltà,
tant’è che alternativamente ho rinunciato al progetto
per poi riprendere. Per esempio ho incontrato scarsa
fecondità negli F1, e la stessa difficoltà l’ha avuto
un mio amico con la mutazione Agata, tanto che alla
fine ha rinunciato al progetto. Per fare un esempio
degli imprevisti che si incontrano cimentandosi in
questo campo, una femmina F1 mutata, al primo anno ha
deposto solo uova chiare, dopo di che per altri tre
anni non solo non ha più deposto, ma non ha neppure
tentato la costruzione di un nido. Quest’anno, messa
in voliera comune con una coppia di Himalaya, sicuro
che non avrebbe fatto nulla, ha costruito il nido e
svezzato due piccoli. Concludo aggiungendo che gli
Himalaya sono molto longevi. Personalmente li ho
riprodotti senza difficoltà fino al settimo anno di
vita, e non sono andato oltre solo per il fatto di
avere a disposizione soggetti più giovani. Termino
tralasciando i complimenti ad ALCEDO, dato che li
fanno già tutti. Dico solo che la stessa soddisfazione
che provo nell’allevare qualche bella nidiata, la
provo nel leggere Alcedo, e credetemi non è poco.
Della Vecchia Eraldo, Paruzzaro (NO), lettera
IN
BREVE
Franco M., da Palermo, ci scrive una lunga email,
nella quale dettaglia doviziosamente i vari
integratori e medicinali utilizzati, a suo dire, per “vaccinare
i soggetti”. Chiede rapide informazioni per un
“vaccino” sicuro atto ad evitare la mortalità dei
nidiacei.
Onestamente, abbiamo l’impressione che il nostro amico
lettore confonda un pò termini quali “vaccino”,
“medicina”, “prevenzione”. Se per vaccino intendiamo
una particolare sostanza (in genere una sospensione di
microorganismi uccisi o attenuati) in grado di indurre
immunità, va da se che il sig. Franco ai suoi uccelli
non sta somministrando nessun vaccino. Premesso
questo, aggiungiamo che farmaci ed integratori non
sono affatto vaccini, ma medicine vere e proprie, che
al limite invece di potenziare il sistema immunologico
dei canarini, lo debilitano, poiché vengono fornite in
assenza di malattia, dunque tendono ad azzerare una
popolazione microbica potenzialmente "buona". Se può
andar bene la somministrazione di vitamine, durante la
preparazione dei riproduttori ed alla nascita e
durante la crescita dei novelli, suggeriamo invece di
evitare assolutamente qualsivoglia medicina alla
nascita dei piccoli, in quanto potenzialmente inutili,
inoltre col serio rischio di causare una farmaco
dipendenza e, dunque, la possibilità che al momento
del bisogno tali farmaci risultino inefficaci. In caso
di problemi con la colibacillosi, e dopo accurate
analisi e verifiche da parte di un veterinario
specialista o dell’Istituto zooprofilattico della sua
Provincia, consigliamo l’uso del Ciproxin secondo le
modalità descritte nei dettagli da Alcedo nel numero 2
Marzo 2002.
Il sig. Pasquale N. possiede diversi Cardellini, e
chiede: quali le differenze
di canto tra il siberiano ed il nostrano e come
riconoscere un vero Carduelis c. major?
Il siberiano, in ragione della sua grossa taglia, ha
una cassa toracica molto ampia, ed un canto cupo e
gracchiante, comunque molto meno melodico del
cardellino nostrano. Il riconoscimento di un “vero”
siberiano avviene attraverso la valutazione fenotipica:
soltanto i soggetti di taglia adeguata (superiore ai
15cm) con gote, ventre e codione bianchi, becco largo
alla base, petto ampio e collo tozzo possono essere
catalogati come veri siberiani. I soggetti intermedi
sono comunque molto diffusi ed a volte la distinzione
tra un “tipico” ed un meticcio può risultare ardua.
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